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Guida agli utenti che operano al Villaggio

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Le due comunità per minori site al terzo piano dell’edificio principale del Villaggio del Fanciullo sono gestite dalla Fondazione CEIS (Centro di Solidarietà) e dalla cooperativa Elios ed accolgono una buona parte dei cosiddetti “Minori Stranieri Non Accompagnati” (MSNA) in tutela al Comune di Bologna.

I MSNA sono stranieri minorenni privi di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili, e per questo rappresentano una delle categorie più vulnerabili e a rischio di sfruttamento e di coinvolgimento nelle attività criminali del nostro paese.

Molto spesso si tratta di minori che arrivano in Italia mossi da un preciso mandato familiare di migrazione, ricevuto direttamente dai genitori che hanno pagato molti soldi per il viaggio in clandestinità, altri invece, come i ragazzi afgani o somali, fuggono da contesti di guerra per giungere in Italia come richiedenti asilo polito dopo mesi di viaggio in condizioni fisiche e psicologiche precarie.

Le nazioni di provenienza dei minori attualmente sono: Albania, Marocco, Bangladesh, Pakistan, Nigeria, Romania, Ghana, Egitto, Kossovo, Cina, Somalia, Afghanistan, Eritrea

La  prima fase dell’accoglienza avviene presso la comunità “Il Ponte” che svolge il ruolo di pronta accoglienza minori sul territorio della città di Bologna. Qui vengono accompagnati  i minori dalle Forze dell’Ordine, che intercettano i ragazzi in seguito a situazioni come la richiesta del controllo dei documenti, piccoli furti non imputabili, risse, o la consegna spontanea da parte del ragazzo stesso.  Inizialmente si cerca di avere informazioni sull’identità del minore e sulla storia di migrazione. Quindi gli si presentano le opportunità derivanti dal percorso comunitario: una casa dove mangiare, lavarsi, dormire fino al compimento del 18° anno, la regolarizzazione della presenza in Italia, cioè il rilascio del Permesso di Soggiorno, l’inserimento in progetti che mirano all’accesso nel mondo del lavoro ed in generale all’autonomia. In cambio il ragazzo deve impegnarsi a vivere le regole della comunità, che molto sinteticamente possono essere sintetizzate così: rispetto delle persone che vivono in comunità e cura degli ambienti messi a disposizione di tutti.

 

Generalmente in corrispondenza dell’avvio del progetto del minore, quando sono passati da 2 a 4 mesi dall’ingresso in Pronta Accoglienza, avviene il trasferimento al Villaggio del Fanciullo, per la prosecuzione del progetto verso l’autonomia.

Il lavoro educativo delle due comunità è impostato sull’acquisizione e la sperimentazione progressiva di competenze di autonomia  che permettano ai ragazzi, al compimento del 18° anno, di integrarsi nel tessuto sociale della città. Le competenze da sperimentare, all’interno dei singoli progetti personali pensati per ogni ragazzo accolto, sono: alfabetizzazione, istruzione ed inserimento lavorativo, gestione del denaro, monitoraggio del tempo libero, ricerca abitativa, in prossimità del compimento della maggiore età. Sono inoltre monitorate e incentivate le capacità relazionali che i ragazzi sperimentano nel corso della permanenza in comunità.

Con il sopragiungere del 18° anno si svela tutta la paradossalità della condizione di questi ragazzi. Passano infatti dallo status di minori, altamente tutelato dalla legislazione italiana, alla condizione di stranieri, soggetti ad una legislazione restrittiva ed interessata a loro solo in funzione del loro lavoro. Tutto il “castello” di tutele che li  aveva accompagnati crolla. Entro qualche settimana devono lasciare il luogo che gli ha offerto vitto e alloggio gratuito e il sostegno psicologico nei passaggi difficili della loro crescita. Si ritrovano così a dover fare i conti con la durezza della vita da straniero in Italia, ed in particolare con la ricerca di un alloggio e di un lavoro, se durante il percorso comunitario non sono riusciti ad ottenere la formalizzazione di un contratto di lavoro. Anche per questa ragione una delle due comunità denominata “svincolo” ha una presenza degli educatori molto ridotta, secondo quanto riportato nella direttiva regionale, in modo che progressivamente i giovani ospiti sperimentino direttamente sulla loro pelle una sempre maggior autonomia e quindi aumenti in loro il senso di responsabilità sul loro progetto di vita futuro.

Moduli ad alta intensità educativo-terapeutica

Da giugno 2010 all’interno della comunità minori “Nel Villaggio” è pure presente un modulo per l’accoglienza di minori con disturbi psicopatologici. Il concetto dei moduli ad alta intensità educativo-terapeutica sorge dall’osservazione di situazioni passate che ci siamo trovati ad affrontare: ragazzi seguiti dal servizio di neuropsichiatria e accolti all’interno della comunità socio-educativa che hanno beneficiato di notevoli miglioramenti nel rapporto con altri ragazzi di pari età, inseriti in comunità come loro, ma con problematiche squisitamente socio-educative.

Il buon successo di alcuni percorsi di adolescenti con disturbi psichiatrici che, invece di degenerare in situazioni psichiatriche croniche, sono riusciti a migliorare il proprio equilibrio psichico e a recuperare buone risorse relazionali spendibili al termine del percorso comunitario, ci ha portato dunque ad ipotizzare l’attivazione di moduli, in grado di rispondere a particolari e precisi bisogni, in alternativa a strutture specialistiche o terapeutiche per ogni singolo disturbo, che portano con sé il rischio di “ghettizzare” le persone accolte. In questa prospettiva si coglie dunque il significato educativo e terapeutico della vita comunitaria come ambiente che cerca il cambiamento, inteso come lo scoprire e ri-scoprire delle risorse nascoste e delle nuove potenzialità evolutive. La comunità non viene quindi intesa semplicemente come gruppo di persone che vivono insieme (l'albergo), per svolgere ciascuno il proprio progetto educativo (l'azienda), ma come gruppo di persone organizzate e strutturate tramite obiettivi singoli e comuni che vivono insieme con determinati scopi e regole. La strutturazione di una comunità di questo tipo che, pur connotandosi secondo il modello socio-educativo, prevede al suo interno la presenza di minori con disturbi psicopatologici, l’utilizzo di vari interventi terapeutici, da quelli psicoterapici a quelli farmacologici ed il costante confronto con le figure sanitarie di riferimento, costringe gli operatori coinvolti ad un’opera costante di mediazione tra le necessità del “sanitario” e quelle del pedagogico. Lo stesso sforzo di mediazione è richiesto agli operatori del “sanitario”, che hanno il compito di sostenere con opportune indicazioni e modelli di riferimento il lavoro educativo degli operatori, dimensione educativa che rimane prioritaria. Fondamentale diviene la possibilità di concertare gli interventi in una comune cornice, che permetta di condividere non solo gli obiettivi finali, ma anche gli strumenti utilizzati: le riunioni di equipe e la supervisione dei casi sono esempi concreti di questa comune cornice.